Rostropovich il Muro di Berlino e Bach
Luogo Dopo la caduta del Muro che divideva Berlino Est da Berlino Ovest

Seduto vicino al Muro di Berlino appena riaperto, al Check-Point Charlie, Mstislav Rostropovich, il leggendario violoncellista russo, suona dei brani dalle Suite di Bach in ricordo dei berlinesi di Berlino Est che erano morti nel tentativo di fuggire in Occidente, e per festeggiare la fine di un incubo : era il 12 novembre 1989 e la foto fece il giro del mondo.
Il Check-Point Charlie era una stazione di polizia che monitorava tutti i passaggi fra Est e Ovest. Il Muro era stato eretto nel 1961. La sedia era stata presa in prestito da una garitta di guardia.
Il 9 novembre 1989, Rostropovich, che si trovava nel suo appartamento di Parigi, dove in quel periodo viveva, in avenue Georges Mandel, sentì alla radio quello che stava accadendo a Berlino.
Chiamò un suo vecchio amico (il capitano d'industria Antoine Riboud) che l’aveva sempre sostenuto e gli chiese di preparare il suo aereo privato. Giunti a Berlino, i due salirono su un taxi e scelsero di andare al Check-Point Charlie, forse il più noto punto di passaggio fra Est e Ovest.
Rostropovich e Riboud scendono dall'auto, il musicista estrae il violoncello dalla custodia e si rende conto di aver dimenticato un dettaglio: non ha una sedia. Riboud non si lascia turbare da una cosa così insignificante: entra in una guardiola e prende in prestito la sedia di uno dei guardiani, inizialmente recalcitrante, poi dubbioso e infine rassegnato. Rostro si siede davanti al Muro e inizia a suonare Bach.
Quando Mstislav Rostropovich cominciò a suonare, non c’era quasi nessuno. Poi i passanti cominciarono a fermarsi, ne giunsero alcuni con le macchine fotografiche e poi anche dei giornalisti. Molti piangevano.
« Quel maledetto muro - disse Rostropovich - ha diviso la mia vita, è stata una lacerazione per il mio cuore. Nel 1974 l'Unione Sovietica mi ha buttato via come uno straccio, prima di allora non potevo suonare a Berlino Ovest, dopo non potei andare a Berlino Est. Quando il muro è crollato la mia vita si è riunita. Non volevo suonare per la gente, ma per ringraziare Dio di quello che era accaduto. Ho suonato brani in tonalità maggiore perché ero felice, la mia vita si era riunita. Poi ho visto un giovane e ho pensato che per quel muro erano morte molte persone. Allora ho suonato un brano in Re minore. Alla fine quel giovane si è messo a piangere »
« Quando sono andato al Muro di Berlino non è stato un atto politico, ma personale. Ero a Parigi, la sera ho telefonato a un amico che mi ha detto di accendere immediatamente il televisore, era di sera. All’inizio non capivo, guardavo quelle immagini e non capivo. Quando ho capito le lacrime hanno iniziato a scendere. Il Muro di Berlino nella mia vita ha avuto il ruolo di una cicatrice sul cuore »
Questo gesto fu molto frainteso. Si parlò di trovata pubblicitaria, di sfruttamento dell'attualità a fini comunicativi. Ma era un modo di vedere Slava che non gli rendeva giustizia. Secondo sua figlia Elena, quel giorno egli non suonò per il mondo, ma per se stesso: « Era il suo testamento personale : era stato costretto a vivere costantemente diviso tra due patrie, l'URSS e il resto del mondo, e il Muro simboleggiava questa separazione tra due universi. Non avrebbe mai pensato di vederlo cadere ».
Lui stesso amava ripetere che era come se il muro di Berlino separasse « le due parti del suo cervello ».
