
La musica nel castello del cielo
A Portrait of Johann Sebastian Bach
Titolo: Music in the Castle of Heaven
Autore: John Eliot Gardiner
Questa splendida biografia di Bach si trova ora anche in lingua italiana [ La musica nel castello del cielo Un ritratto di Johann Sebastian Bach, nella traduzione di Luca Lamberti per i Saggi di Einaudi, pp 672 ]
Per gli amatori del genere, oltre che in carta, è disponibile in formato elettronico per Kindle.
Segnalerei tre elementi distintivi, i quali saltano all’occhio anche solo ad una prima lettura:
- È pensata per essere apprezzata da specialisti o anche solo da appassionati. Quindi non ha un taglio accademico, anche se scritta in inglese colto.
Il testo è scorrevole, abbondante in episodi appartenenti alla vita privata e alla quotidianità del compositore, i quali lo rendono un compagno di vita immerso nelle proprie meditazioni, come afflitto dai piccoli intoppi e dalle grandi gioie affettive che l’esistenza ad ognuno riserva. Un uomo come tanti con una forte passione per la musica ed una radicata insofferenza per ipocrisia, convenzione, superficialità. Carattere difficile, amante di spose giovani e pazienti, appassionato dei piaceri della vita e perplesso di fronte alla mediocrità inutile, ma comoda di molti.
È un taglio moderno ed anticonvenzionale che coinvolge dalle prime righe che scorrono sotto gli occhi.
Chi non sappia nulla di Bach non terminerà la lettura possedendo tutto quello che del compositore v’è da sapere: avrà però capito in profondità perché per molti è il più grande Maestro di musica mai esistito e perché la sua opera sia irresistibile.
- È compilata da un uomo che approfondisce il personaggio avendone prima studiata e praticata la musica. La concentrazione sui perché e sui per come è privilegiata rispetto alla stesura ordinata ed organica dei fatti accaduti e delle opere.
Chi voglia accompagnare Bach nel percorso di vita e sentirne il significato come essere umano che compone, è nel posto giusto.
Il cammino è diviso in parti di vita, in avvenimenti salienti, in stagioni.
Chi cerchi una disamina accurata delle fonti legata ad una determinata partitura o una raccolta di opinioni su che fine abbiano fatto gli scritti bachiani non giunti a noi, potrebbe a tratti essere deluso. L’esposizione è certo sequenziale e razionale, ma ha quella organicità di lettura e comprensività di mille piani d’indagine che restituiscono esaustivamente il senso di un uomo i cui contesti personali sono complessi e distribuiti su piani disparati: storici, sociali, cittadini, culturali, di ruolo.
Pur avendo consumato l’intera esistenza in Turingia, quindi poco più di un fazzoletto di terra, Bach emerge nella penna di Gardiner come individuo dalle vedute, aspirazioni, piglio di chi conosce in profondità il modo in cui il mondo funziona.
- È pedagogico. Ci si può educare al bello, alla cultura, al piacere per la musica. Gardiner sembra lanciare il messaggio, pagina dopo pagina, che conoscere Johann Sebastian è l’occasione, a portata di chiunque, per gustare la vita di più, sembra dire che, in tanta approssimazione, è possibile essere perfezionisti, intensi, dotati di grande umanità ed appassionare.
Incontrare Bach può essere l’occasione per approfondire la conoscenza di se stessi, entrare in contatto con il senso ultimo delle cose.
Ma soprattutto che può valere la pena di condurre una esistenza non ordinaria, sgradita ai molti, abbondante in difficoltà, più complessa di quella dell’uomo comune, ma appassionante.
Il testo include immagini a colori su carta patinata di luoghi, ritratti del compositore, disegni, strumenti musicali. Nessuna altra biografia in commercio, che io abbia potuto vedere, ne propone.
È un libro fatto per essere letto e riletto, usato per capire e per appassionare; è tutto fuorché uno scritto accademico per eletti, sebbene ne abbia la caratura.
Estratto
1 Sotto lo sguardo del Cantor
Nell’autunno del 1936 un maestro di musica – aveva trent’anni e veniva da Bad Warmbrunn nella Bassa Slesia – apparve all’improvviso in un villaggio del Dorset con due oggetti nel suo bagaglio: una chitarra e un ritratto a olio di Bach. Come il vecchio Veit Bach, il fondatore del clan, fuggito dall’Europa dell’Est come rifugiato religioso quasi quattro secoli prima, Waler Jenke aveva lasciato la Germania non appena agli ebrei fu impedito di mantenere le cariche professionali. Si stabilí e trovò lavoro nel Dorset settentrionale, prese in moglie una ragazza inglese e, con la guerra alle porte, cercò un rifugio sicuro per il suo quadro. Suo nonno aveva comprato per pochi soldi un ritratto di Bach in un negozio di cianfrusaglie in un momento imprecisato degli anni Venti del XIX secolo. Di sicuro, a quel tempo, non sapeva che quello era, ed è ancora, di gran lunga il piú importante ritratto di Bach esistentea. L’avesse lasciato da sua madre, a Bad Warmbrunn, non sarebbe certamente sopravvissuto al bombardamento o all’evacuazione dei tedeschi dalla Slesia durante l’avanzata dell’Armata Rossa.
HANS RAUPACH, Das Wahre Bildnis des Johann Sebastian Bach (1983)
Sono cresciuto sotto lo sguardo del Cantor. Il celebre ritratto di Bach dipinto da Haussmann1 era stato consegnato ai miei genitori affinché lo tenessero al sicuro per la durata della guerra, e con orgoglio fu collocato su una parete del pianerottolo al primo piano del vecchio mulino nel Dorset dove sono nato. Ogni notte, andando a letto, ho provato a evitarne lo sguardo severo. Ero un bambino doppiamente fortunato, perché sono cresciuto in una fattoria e in una famiglia molto musicale, nella quale cantare era considerato perfettamente normale: su un trattore o a cavallo (mio padre), a tavola (l’intera famiglia intonando la preghiera di ringraziamento prima dei pasti) o nelle riunioni del fine settimana, occasioni speciali nelle quali i miei genitori potevano esprimere tutto il loro amore per il canto. Durante gli anni della guerra, con alcuni amici del luogo si ritrovavano ogni domenica mattina per cantare la Messa a quattro voci di William Byrd. Da bambini, io, mio fratello e mia sorella crescendo abbiamo finito per conoscere una grande varietà di musica corale senza accompagnamento, da Josquin Després a Palestrina, da Tallis a Purcell, da Monteverdi a Schütz e, alla fine, Bach. Rispetto alla polifonia precedente, trovavamo che i mottetti di Bach fossero molto piú difficili tecnicamente – quelle lunghe, lunghe frasi senza punti in cui poter respirare – ma amavo la fitta relazione tra le voci, con tutte quelle cose che accadevano nello stesso momento, e, sotto, quel ritmo pulsante che sosteneva l’insieme. A dodici anni conoscevo quasi a memoria tutte le parti dei soprani dei sei mottetti di Bach. Diventarono parte integrante di ciò che conservavo nella mia testa (insieme a canti folklorici, poemetti licenziosi nel dialetto del Dorset, e Dio solo sa cos’altro), e non mi hanno piú abbandonato.
- Formato: 24,2 x 16,5 x 4,1 cm
- ISBN: 978-0375415296
- Edizioni: Allen Lane
- Pagine: 672
